Tempo per il Tempo

La questione a mio avviso più spinosa e problematica che interessa il nostro “presente sociale e culturale” è quella del tempo. Facciamo un esempio tanto per capirci. Una ventina d’anni fa si parlava tanto di quello che chiamavamo telelavoro, una cosa che, dicevamo all’epoca, si sarebbe talmente sviluppata da eliminare quasi completamente il traffico automobilistico. Ora, in effetti, passando dal doppino telefonico all’ADSL, e da questa alla fibra, le nostre case si sono trasformate in potenziali uffici in contatto col resto del pianeta. Eppure? Eppure il traffico fisico non sono non è diminuito, ma addirittura è aumentato, e di tanto.

Faccio questo esempio, uno tra i vari, per dire una cosa semplice: il tempo, in questi ultimi anni, si è deteriorato. Per mille ragioni dirette e indirette abbiamo sempre meno tempo, e quel poco risulta operativamente deformato, frammentato, atomizzato in una miriade di ritagli che difficilmente possono essere inseriti all’interno delle ventiquattr’ore mantenendo una sensatezza globale. Per una ragione o per l’altra non abbiamo a disposizione una quantità ragionevolmente consistente di tempo che sia qualitativamente conforme al cosiddetto deep work, ossia all’approfondimento, alla riflessione, a quella forma di svolgimento consapevole e definitivo dei compiti che direttamente o indirettamente siamo chiamati a svolgere.

Più il tempo diviene qualitativamente mediocre e scarso in termini di continuità e omogeneità, più avanza una sorta di onnipresenza di presunti “standard”, messi di peso sul mercato per mimare soluzioni a questo vuoto temporale. Le soluzioni standardizzate, che in realtà diventano ulteriori problemi, sono molteplici e veramente eterogenee: fast-food (cibo spazzatura che costa poco e può essere mangiato in tempi rapidissimi), contenutistica web in forma di meme (un like e via), emoticons, confezioni di plastica usa e getta, applicazioni per conoscere gente in assenza di tempo e spazio concreti, suggerimenti commerciali in forma di pop-up e affini durante la navigazione su internet, e via discorrendo. La velocità di esecuzione diventa più importante del valore oggettivo dell’azione eseguita.

Non ci credete? Fate allora un semplice test. Provate a porvi questa domanda fatidica: Per quanti minuti consecutivi riesco ad essere effettivamente libero da impegni, telefonate, notifiche smartphone da controllare, consegne da parte di parenti e colleghi, richieste, distrazioni, oneri e affini fonti di allontanamento dalla riflessione profonda?

La parola chiave sta nell’aggettivo “consecutivo”, perché la concentrazione sta proprio lì: nella continuità. Ebbene, riuscite ad essere veramente certi che, nel periodo che avete scelto per il vostro deep work, non sarete disturbati da niente e nessuno? Ma non è finita qui. Se al limite la vostra risposta è positiva, ecco presentarsi subito la domanda successiva: Avete voi gli strumenti per utilizzare effettivamente questo tempo che vi siete ritagliati?

Mentre godete dei minuti di libertà che con tanta fatica avete individuato, ecco che vi scoprite a non fare nulla di effettivamente utile. Nel frattempo, l’orologio continua a ticchettare.

L’organizzazione del tempo futuro avviene nel tempo presente. La possibilità di avere tempo organizzativo nel presente deriva dal tempo che abbiamo dedicato a organizzarlo nel passato. Insomma, il classico cane che si morde la coda.

Pubblicato da The Start Circle

Professionista in ambito musicale, formativo e organizzativo culturale, vive e lavora a Vicenza. Collabora con numerosi enti per organizzare progetti ed eventi tra Vicenza e Padova.

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