Supernatural e Oltre

In un recente post parlavo della serie Supernatural, un prodotto mediatico con numerose caratteristiche a me gradite, di cui sto visionando con sostanziale piacere anche le stagioni successive. Ebbene, vorrei continuare a parlarne, perché le stagioni successive alla prima mi permettono di parlare anche di altre caratteristiche narrative e cinematografiche degne di nota.

Iniziamo col dire, o ribadire, quanto Supernatural sia a suo modo una serie “classica”, intendendo con questo aggettivo tutte quelle serie “di genere” che risultano più o meno derivanti dalla grande lezione di X-Files: due protagonisti con caratteristiche opposte, ma in qualche misura complementari; una serie di veri e propri “casi da risolvere”, che danno ad ogni puntata una connotazione auto-conclusiva; un filo rosso narrativo unitario che tiene insieme e conferisce senso anche all’interezza di una stagione; riferimenti piuttosto diretti al folklore e alle leggende metropolitane statunitensi; puntate “speciali” che di volta in volta danno una scossa, magari anche in senso parodistico, oppure connesso ad una qualche ricorrenza, alla routine narrativa delle puntate standard; e via discorrendo…

Ci sono però dei dettagli, che in questa serie appaiono abbastanza visibili, che mi permettono di continuare un discorso iniziato qualche tempo fa su ciò che odio e ciò che amo delle serie televisive. Ho detto che in una qualsiasi serie “di genere” la cosa che più odio è lo psicodramma adolescenziale, che trovate spiegato analiticamente in questo post. Direi però che accanto a questo, c’è un altro elemento che non mi piace, e che ho avuto modo di isolare in Supernatural per il semplice fatto che in questa serie ne fanno un uso molto, molto parsimonioso (ed ecco spiegato perché continua a piacermi). Sto parlando di quello che ho chiamato manovra esistenzialista, una sorta di costrutto narrativo che vado a spiegarvi subito.

Avete presente quando, specie nelle serie più recenti, e soprattutto nelle serie (cosiddette) “di genere”, si ha l’impressione che il racconto sia sostituito da una colossale e del tutto ingiustificata o artefatta romanzina filosofica sull’esistenza, l’amore universale, il senso delle cose, e via di questo passo? Attenzione, io non sto parlando di una generica “profondità” legata a questa o quella narrazione. Io sto parlando di veri e propri riempitivi che sembrano messi lì per creare un effetto emozionale quando in realtà si capisce che non si sa bene dove dirigere la storia affinché risulti interessante di suo. Ossia, sto parlando di serie che non sono profonde, ma si atteggiano a tali attraverso monologhi chilometrici misti a crescendi musicali, effetti speciali, luoghi comuni pompati fino al parossismo con gli steroidi della grafica computerizzata o del montaggio. Ebbene, questi polpettoni non riguardano Supernatural (che appunto continua a muoversi lungo la direttrice dell’equilibrio e della misura), ma la quasi totalità delle serie cronologicamente successive. Cosa sono Shadowhunters o Teen Wolf se non dei colossali psicodrammi adolescenziali dove la manovra esistenzialista — con tutti i suoi luoghi comuni — costituisce in sostanza l’unico collante narrativo tra un combattimento e l’altro?

Plaudo a Supernatural, dunque. Al suo essere volutamente leggero, preciso, orientato, “di parte”, ma sempre efficace come prodotto narrativo di puro ed efficace intrattenimento. Un’auto d’annata che sfreccia nella notte, lungo una nebbiosa strada secondaria americana. Una coppia di detective dell’occulto, e un caso da risolvere tra grimori e apparizioni. Che vogliamo di più?

Pubblicato da The Start Circle

Professionista in ambito musicale, formativo e organizzativo culturale, vive e lavora a Vicenza. Collabora con numerosi enti per organizzare progetti ed eventi tra Vicenza e Padova.

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