Cos’è l’Astensionismo?

La fatidica domanda che intitola questo articolo potrebbe avere una risposta tra le più istintive e banali: l’astensionismo fotografa la sfiducia dei cittadini verso la politica. Di per sé questa risposta — lungi dall’essere particolarmente irragionevole — potrebbe anche lasciarci soddisfatti. Ma siamo veramente certi che l’astensionismo sia solo questo?

Recentemente, a suffragio di alcune mie analisi politiche (si veda il relativo post), ho commentato un grafico che illustrava quanto l’andamento dell’afflusso percentuale alle urne, dal 1947 al 2013 (andamento comunque confermato anche nel 2018), riproducesse con fedeltà sconcertante la presenza e forza elettorale della sinistra radicale come soggetto politico unitario. In altre parole, i periodi di massimo successo del PCI (ossia di quella che all’epoca era la sinistra radicale unita e univoca) sono andati a corrispondere esattamente ai periodi di minimo astensionismo, mentre la progressiva avanzata del centrodestra e del centrosinistra, da Tangentopoli in poi, con conseguente frammentazione della sinistra radicale, ha individuato una curva discendente, ovvero un andamento costantemente crescente del rifiuto al voto.

Da uomo di sinistra, potrei liquidare la cosa dicendo che il progressivo scollamento della politica dai problemi reali delle classi deboli — o in alternativa quello che ho definito altrove come “smantellamento ideologico” — ha generato la sfiducia di cui sopra. Ma credo ci sia qualcosa in più da dire, e questo qualcosa discende da un’analisi più profonda dell’astensionismo come comportamento generale.

Premessa. Perché una persona non fa una certa cosa che potrebbe tranquillamente fare? La risposta non è più che mai duplice: Non fa quella cosa perché (1) non avrebbe alcun vantaggio a farla e (2) non avrebbe alcuno svantaggio a non farla.

Ora, perché è fondamentale includere entrambe le motivazioni? La risposta è a mio avviso evidente. Le cose che noi facciamo ogni giorno non riguardano necessariamente il miglioramento della nostra vita, ma anche, contemporaneamente, il suo non peggioramento. Anzi, forse la maggior parte di quello che facciamo non ha minimamente a che fare con la proazione, ma con la reazione.

Da un punto di vista politico, la rinuncia al voto — a meno di considerazioni del tipo “lo faccio per dovere”, che comunque richiamano a imperativi interiori di carattere morale o etico — equivale evidentemente alla seguente affermazione: Non voto perché l’esito elettorale non può minimamente avere una ricaduta nella mia vità, né positiva, né negativa. 

Agli inizi della sua (nefasta e persistente) “discesa in campo”, cosa diceva Berlusconi? Si limitava a dire che con lui sarebbe andato tutto bene? Ci sarebbe stato benessere per tutti? Si sarebbe creato il celebre milione di posti di lavoro? No. Diceva certamente tutto questo , ma aggiungeva che, in caso di voto a quel satanasso di Occhetto, sarebbero arrivati i comunistacci cattivi che avrebbero pasteggiato con la fresca carne dei bambini e i risparmi degli anziani.

Pertanto, l’interpretazione dell’astensionismo è molto più vasta, perché non si limita ad una semplice sfiducia, ma allarga il campo ad una vera e propria valutazione della politica in sé e per sé. L’astensionismo è la cartina al tornasole della percezione — reale o presunta che sia — della totale neutralità della politica rispetto alla propria vita.

Questa considerazione individua un immediato e per certi versi ben più interessante corollario. L’astensionismo può riguardare tranquillamente tanto una persona con un censo molto basso, quanto un’altra con uno status sociale del tutto opposto. Difficilmente l’astensionismo, letto in questa prospettiva, riguarda il ceto medio. Il ceto medio ha sempre qualcosa da perdere e qualcosa da guadagnare, quindi è il meno interessato dal fenomeno dell’astensionismo.

Con una differenza che però andrebbe comunque sottolineata. I ceti più bassi possono al limite votare sulla scia di una rosea promessa elettorale, quindi al limite possono anche essere in qualche misura recuperati da un’azione di martellamento a base di fandonie: della serie, “e se questi avessero ragione?” (si veda la narrazione pentastellata sul reddito di cittadinanza). I ceti altolocati, invece, sono proprio quelli che della politica possono anche fare a meno, essendo che la vera politica la gestiscono loro attraverso il denaro.

Perché sto snocciolando tutte queste considerazioni? La risposta è legata, molto banalmente, alle mie comuni passeggiate nel centro storico di Vicenza, la città dove vivo, una città essenzialmente ricca e prospera. Ora, girando in centro in sabato sera, cosa vedo io, e cosa vedete certamente anche voi? Io vedo ragazzi e ragazze sicuramente appartenenti all’alta borghesia che passeggiano in branco, sfoggiando abiti costosi, auto alla moda, atteggiamenti da jetset. E mi chiedo: Ma per quale ragione questi individui dovrebbero interessarsi alla politica attraverso il voto? Cosa mai potrebbe dare loro la politica oltre a quello che già abbondantemente possiedono? Oppure, in alternativa (escludendo ovviamente la velleità di fare politica per ragioni di denaro e carriera), se volessero veramente qualcosa in più, per quale misteriosa ragione dovrebbero chiederla alla politica, e non al mercato? A queste domande se ne affianca poi un’altra, speculare: Cosa mai potrebbero temere dalla politica questi figli di papà?

Ecco dunque spiegata la natura profonda dell’astensionismo. Questa variabile non misura semplicemente la sfiducia verso la politica, ma l’effettiva immobilità sociale sottesa dalla politica, ossia quella forma di predestinazione percepita secondo la quale — restando ovviamente nel tema della politica — i re rimangono re, e i bifolchi rimangono bifolchi.

La gente, oggi come oggi, si rivolge con maggiore fiducia ai giochi a premi, al gratta e vinci, oppure al trading online, a Scientology, ai vari imbonitori che organizzano stronzate formative sulla scia di slogan come “puoi ottenere tutto dalla vita”, “potenzia la tua mente”, “ecco come ho guadagnato diecimila euro al mese lavorando cinque minuti al giorno” e via discorrendo.

E tutto questo, guarda caso, coincide con l’avanzata delle destre.

Pubblicato da The Start Circle

Professionista in ambito musicale, formativo e organizzativo culturale, vive e lavora a Vicenza. Collabora con numerosi enti per organizzare progetti ed eventi tra Vicenza e Padova.

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