Esserci Veramente Non Significa Esserci Sempre

Nel momento in cui scrivo queste mie considerazioni, Potere al Popolo, ovvero la sua base di iscritti, è impegnata nella votazione circa la presentazione o meno del movimento politico alle elezioni europee della primavera 2019. Le opzioni sono tre: presentarsi da soli, presentarsi in coalizione (quale che sia), oppure non presentarsi.

Il mio pronostico di voto è che a prevalere sarà la posizione di chi intende presentare il simbolo in autonomia, e raccogliere le circa 150.000 firme necessarie.

Nonostante io sia ideologicamente propenso al presentarsi sempre a qualsiasi appuntamento elettorale, in questo specifico caso (anche contro la linea del mio partito di riferimento, Risorgimento Socialista, da tempo “confederato” a Potere al Popolo e tra i suoi principali sostenitori) la mia posizione è contraria. Tentare di raccogliere queste firme non servirà a nulla. Sono troppe, oggettivamente troppe.

In questo mio articolo, però, vorrei fare un passo indietro.

Per farlo, in via preliminare vi invito a leggere da cima a fondo questo interessante e documentato articolo dell’ottimo Giuseppe D’Elia, risalente all’inizio di novembre 2018. Si tratta di un’analisi piuttosto lunga e circostanziata, ma assolutamente da leggere, che affronta la questione prendendola (giustamente) alla lontana, ma che alla fine avanza delle interpretazioni e delle letture molto lucide, che mi permetto di condividere in pieno. Da subito sono stato pienamente d’accordo con D’Elia sulla necessità di fare un passo indietro rispetto a tale appuntamento politico: le elezioni europee, per Potere al Popolo, specie all’indomani della quasi inevitabile defezione di PRC, si ponevano all’origine come un salto nel buio gratuito, una sparata adolescenziale di fatto caldeggiata da territori specifici — Napoli e Roma in primis — del tutto lontani dalla residualità numerica di certe realtà territoriali, peraltro numerose.

Si può utilizzare il banchetto di raccolta firme per fare comunque — e molto a cuor leggero, visto il numero incommensurabile di firme da raccogliere — attività di proselitismo, mutualismo, diffusione del verbo? Certo che sì. Ma ne vale la pena? Non sarebbe più semplice farlo e basta, senza commistioni fuorvianti, beghe burocratiche, oneri e — diciamocelo chiaramente — indirette umiliazioni, vista la presenza di compagni d’altra sigla che quelle firme le hanno già bypassate attraverso il cartello elettorale?

La risposta è no. Quelle fantomatiche firme non verranno raccolte, e non certo per la pigrizia dei militanti di Potere al Popolo.

Di contro, cosa succederà al listone della cosiddetta sinistra radicale? Un bel nulla. Nessuno o quasi nessuno lo voterà, per una ragione semplicissima che illustro con un grafico storico, pienamente confermato nei fatti di queste ultime nazionali del 4 marzo 2018.

Affluenza alle urne dal 1946 al 2013. Andamento eloquente.

Analizziamo lucidamente questo grafico. Che cosa ci viene a dire? La correlazione è di un’evidenza sconcertante. I picchi dell’affluenza al voto, lungo la storia della Prima e della Seconda Repubblica, coincidono perfettamente coi momenti di massimo successo della sinistra radicale, identificata nella presenza dello storico PCI alla fine degli anni Cinquanta e nella metà dei Settanta. Da Tangentopoli in poi, con l’avvento del berlusconismo, l’astensionismo e la conseguente e crescente sfiducia nella politica diventano un trend costante, che neppure l’ondata pentastellata e il suo esplosivo successo del 2013 riescono a scalfire. Riassumendo: l’astensionismo fotografa l’assenza di una sinistra vera, univoca prima ancora che unita, vicina al popolo e scevra da qualsiasi ambiguità. Possiamo dire lo stesso dell’insalata mista che associa Acerbo a De Magistris?

I mille rivoli di una sinistra timorosa di sé stessa non faranno mai il glorioso PCI berlingueriano, e senza quel tipo di esperienza si dovrà solo contare su quel quasi niente che c’è “alla sinistra del PD”, ossia un tozzo di pane che per definizione, a differenza di una torta, non si può spartire, e al limite può individuare un pugno di poltrone per i soliti politicanti di mestiere.

In queste elezioni europee l’astensionismo dell’Italia seguirà banalmente un trend ormai consolidato, che dal 1989 al 2014 ha visto calare costantemente l’affluenza alle urne da una percentuale dell’81% ad una del 57%. Ossia, un trend che almeno dall’Italia evidenzia l’ennesima avanzata della tecnocrazia e del neoliberismo di destra, a fronte di una “vera sinistra” che è stata scientificamente smantellata.

Per ora mi fermo qui. Vedremo chi ha avuto ragione.

Pubblicato da The Start Circle

Professionista in ambito musicale, formativo e organizzativo culturale, vive e lavora a Vicenza. Collabora con numerosi enti per organizzare progetti ed eventi tra Vicenza e Padova.

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