Tra Isola e Oceano

Un’antichissima mappa di navigazione.

Ciascuno di noi porge una certa appartenenza culturale, determinate frequentazioni, territori di riferimento, mestieri, colleghi, ambiti culturali, militanze politiche, stili di vita, gusti e via discorrendo. Questo è ovvio, ma, pur essendo ovvio, non viene operativamente percepito nella sua ovvietà. Spiegando meglio questo concetto, basti pensare ad un esempio concreto.

Supponiamo che io sia un turista straniero, e che mi trovi a Roma durante una grande e partecipata manifestazione di centri sociali. Da un punto di vista emozionale potrei pensare all’Italia come a un paese dove una certa corrente neocomunista sia molto forte, pur essendo questa interpretazione estensiva del tutto arbitraria dal punto di vista razionale. Insomma, se mi affido all’emozione, ai sensi, a ciò che mi circonda, posso essere tratto in inganno, e questo inganno può aggirare la mia capacità di interpretazione oggettiva della realtà.

La stessa cosa avviene navigando nel web. Interpretando il web come una rappresentazione ipertestuale e multimediale della realtà, è chiaro che giornalmente noi elaboriamo le informazioni che ci arrivano dal web, o che cerchiamo e individuiamo nel web, come parti costituenti della realtà, che con la realtà possono avere varie relazioni: di identificazione, di amplificazione, di negazione, e via discorrendo… Riassumendo, se noi iniziamo a credere a tutto quello che ci dice il web, e se conseguentemente iniziamo a pensare emozionalmente che la vera realtà sia solo quella raccontata nel web, noi compiamo evidentemente un probabile, oltre che madornale errore.

Non sto parlando solo di fake news. Mi riferisco a una vera e propria deformazione mentale, che noto spesso anche nella realtà, nei rapporti tra individui, negli schemi mentali delle tante persone con le quali ho a che fare.

Essendo che nel web le notizie sono un remix di cose che ci arrivano e cose che deliberatamente cerchiamo (escludendone evidentemente altre), in molti pensano che ciò che sta dentro sia identico a ciò che sta fuori, che ciò che vedono e selezionano nel loro mondo sia presente, appunto identicamente, anche nel grande mondo (che evidentemente non vedono, o non riescono a vedere pur vedendolo).

L’interezza di questo sistema può riassumersi nel concetto di isola e di oceano. Anche solo per esistere, un’isola necessita di un oceano che la contenga. Questo però non significa che l’isola sia l’oceano.

A livello globale sussistono quattro livelli interpretativi:

  1. Il nostro mondo, ossia l’isola reale nella quale agiamo fisicamente.
  2. La rappresentazione del nostro mondo, ossia l’isola virtuale che caratterizza la nostra interazione nel web.
  3. La rappresentazione globale nel web del mondo reale nella sua completezza, ossia l’oceano virtuale (che noi evidentemente non vediamo, e che solo gli analisti vedono).
  4. Il mondo reale, ossia l’oceano reale (che a maggior ragione risulta conoscibile solo a pezzi, e a posteriori, oltre che in misura sempre parziale).

Se noi confondiamo questi quattro contenitori concettuali, interpretandone le complesse relazioni come banali rapporti di identificazione, allora saremo sempre in errore, e vivremo in una bolla percettiva che a intervalli regolari ci farà sbattere su un muro.

Perché mi sono preso la briga di snocciolare questa lunga e probabilmente noiosa introduzione? Semplice. Perché noto una progressiva deriva del pensiero e dell’azione, specie politica, in quella che ho chiamato sindrome manifestazionista, ossia l’attitudine a confondere la manifestazione locale (ossia insulare) con la realtà globale (ossia oceanica).

La sindrome manifestazionista si manifesta soprattutto in coloro che sbandierano l’aver portato in piazza un certo numero di persone a manifestare qualcosa. Mi chiedo: Chi sono quelle persone? Sono tutte convinte di ciò che manifestano? Esprimono un pensiero univoco e coerente, oppure, se interrogate, darebbero versioni diverse e contrastanti? Sono venute lì per manifestare o per bruciare un’ora scolastica e pomiciare con la ragazzina o il ragazzino? Manifestano davanti a qualcuno o manifestano al cospetto del loro stesso gruppo di appartenenza (che dunque non avrebbe bisogno di alcuna manifestazione)? Manifestano per ottenere qualcosa di concreto, o pensano che la manifestazione sia efficace per una sorta di meccanismo magico? E via discorrendo…

Con questo non voglio ovviamente dire che la partecipazione di massa sia inutile. Negli anni Settanta, per esempio, la Sinistra Radicale portava in piazza migliaia e migliaia di persone, ed è evidente che, ex post, questa fenomenologia evidenziava un consenso innegabile. Ma era, appunto, un consenso ex post, un consenso derivante da ben altre dinamiche politiche e sociali. Ed era un consenso che anche all’epoca non teneva conto delle maggioranze liberali o democristiane che invece in piazza non ci andavano, e il paese lo governavano senza problemi.

Ebbene, se la rivoluzione assume la forma di un’isola o di un arcipelago, la medesima dovrà necessariamente tener conto dell’oceano che la ospita più o meno consapevolmente. In altre parole, chi oggi pensa di poter cambiare il mondo trasformandolo in un continente privo di acque, dovrebbe come minimo illustrare una pianificazione credibile per farlo. In alternativa, tornando al ben più ragionevole modello insulare, la consapevolezza di ciò che sta attorno all’isola dovrebbe essere ferrea.

Un grande e celebre commentatore di queste dinamiche è un certo Peter Lomborn Wilson, in arte Hakin Bey, celebre per un suo libello anarchico ontologico dal titolo Zone Temporaneamente Autonome. Questo stesso autore si è molto concentrato anche sulle utopie pirata, accorpando un ulteriore volume, tradotto in italiano e di interessante lettura.

Un libro certamente da leggere, una metafora da considerare.

Pubblicato da The Start Circle

Professionista in ambito musicale, formativo e organizzativo culturale, vive e lavora a Vicenza. Collabora con numerosi enti per organizzare progetti ed eventi tra Vicenza e Padova.

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