Dell’Arte come Odissea Politica

Nel bene e nel male, non possiamo prescindere dalla natura estetica di un pensiero. L’ideologia non fa eccezione. Che l’arte sia sempre stata un veicolo anche politico ovviamente non è né un mistero né una novità. Ma oggi come oggi le cose cambiano, nel senso che l’estetica e lo stile diventano parte integrante di un messaggio, e lo estendono ai più disparati settori della vita civile.

Riflettendo sull’estetica in Potere al Popolo, qualche tempo fa mi è capitato di leggere questo articolo monografico su Shepard Fairey (alias OBEY) all’interno della stupenda testata The Creative Independent.

A parte la riconoscibilità di un tratto, di uno stile nell’assemblare idee, parole, linee, colori, temperature ed effetti, l’idea stessa di una forma artistica della variabile politica riprende prassi lungo tutta la storia delle avanguardie, specialmente di matrice socialista e comunista. Gli aulici frontespizi di William Morris a suggello di istituzioni come The Hammersmith Socialist Society sono certamente un ricordo remoto, quasi esoterico o archetipico che dir si voglia, ma rendono bene l’idea. L’appartenenza ha bisogno di simboli e tratti: non per fare dei medesimi un feticcio (cosa che purtroppo accade per falci, martelli, squadre e compassi), ma per richiamare alla mente, appunto, una forma di adesione profonda che diventa anche modello dialettico e operativo.

Il primate di 2001 Odissea nello Spazio, lo ricorderete, durante le prime battute del film viene educato dalla contemplazione (si suppone attonita) di un monolite alieno. In qualche misura, l’esperienza è assimilabile ad uno spettacolo, a sua volta inserito in un concetto di meta-cinema. Lo spettatore si evolve guardando un film in cui un essere non evoluto si evolve guardano un altro film. Interessante, peraltro una dinamica che dal 1969 (anno ancora echeggiante le recenti sollevazioni studentesche) avrebbe fertilizzato in forme variabili altre produzioni: si pensi solo al progetto di Dune, firmato Alejandro Jodorowsky, logicamente mai realizzato per la sua portata ai limiti del faraonico.

Insomma, l’arte è stata — e torna ad essere — una componente intrinseca del linguaggio politico, definendo una sorta di stimolazione per contatto che arriva non dico a valere più di mille parole, ma a contestualizzare le parole, poche e chiare, all’interno di un potenziale campo di forze estetiche.

Tornando a OBEY, attivo dal 1989 (data incredibilmente rappresentativa in quanto legata a quel sostanziale golpe senza carri armati che fu la caduta del Muro di Berlino, con conseguente sdoganamento del neoliberismo tecnocratico più sfrenato), non possiamo fare a meno di sancire un principio operativo e idea di fondo: la rivoluzione reale passerà attraverso immagini del genere.

717c6621-139d-46ae-909b-f349040d528d

Non può essere diversamente. I nostri occhi hanno bisogno di idee, le nostre menti hanno bisogno di immagini.

Pubblicato da The Start Circle

Professionista in ambito musicale, formativo e organizzativo culturale, vive e lavora a Vicenza. Collabora con numerosi enti per organizzare progetti ed eventi tra Vicenza e Padova.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: